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Africana di Nicola Filippone

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Storie di inflazione in Zimbabwe

Nell’inverno del 2003, quando mi trovavo in Zimbabwe, l’inflazione era già molto alta. Ma a dei livelli quantificabili.

“Una birra costa 1.200 zimdollars (Z$), 6 mesi fa costava 120”, scrivevo in alcuni appunti che ho recentemente rivisto. Negli ultimi anni la situazione è degenerata a livelli inimmaginabili. Secondo l’illustre economista Jeffrey Sachs della Columbia University, è probabilmente la peggiore inflazione di tutti i tempi. Nel 2006 era al 1000%, nel 2007 al 12.000 per cento. Oramai l’aumento dei prezzi ha acquisito ritmi grotteschi: a luglio il tasso di inflazione annuo era a livello di 231 milioni per cento.

Numeri così non hanno molto senso, non misurano più la crisi, diventano indici vacui. E per capire che cosa sta succedendo effettivamente, ci si può solo affidare alle testimonianze di vita vissuta. Come quella riportata sul supplemento del New York Times pubblicato con Repubblica del 13 ottobre scorso: Rice Moyo, 29 anni, una parrucchiera di Harare che si arrangia vendendo gli ortaggi del suo orto, racconta di avere elaborato un metodo empirico per stimare il prezzo dei beni: calcola il numero di giorni che bisogna spendere in lunghe file in banca per ritirare il contante sufficiente a comprare un determinato prodotto. Con un giorno di fila ci si può permettere un pezzo di sapone, con due giorni una confezione di sale, con quattro un sacco di farina gialla (con cui si prepara la sadza, il piatto tipico). Se non ci fossero il baratto e il mercato nero, dove utilizzare i dollari spediti dagli zimbabwani all’estero, nessuno sopravvivrebbe.

Molto eloquente anche una vicenda raccontata dall’Irin, agenzia di informazione dell’Onu. Siamo sempre ad Harare, la protagonista è un’altra ragazza, Tendai Moyo, 28 anni: entra in un supermercato per comprare un biberon, necessario per il suo bimbo. Si presenta alla cassa e l’impiegato le comunica che il prodotto costa il doppio rispetto a quanto indicato sullo scaffale. Non una notizia di poco conto per una persona disoccupata, che sopravvive e nutre il piccolo grazie allo stipendio minimo del marito, autista. Comunque Tendai esce, va in banca, ritira 50.000 Z$, il massimo consentito, e si fa dare altri 100.000 Z$ dal marito. Al termine dell’iter fuori programma, durato tre ore, si ripresenta al supermercato, riprende il biberon e si dirige a colpo sicuro verso la cassa, dove però scopre che le mancano 30.000 Z$, essendo nel frattempo il prezzo dell’articolo ulteriormente salito. “Tutto questo è triste e frustrante – ha chiosato amaramente Tendai -. Mi sono arresa. Per dare il latte a mio figlio mi arrangerò per un po’ con una tazza”.