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Africana di Nicola Filippone

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In Somalia nuovi medici in prima linea

Chiedo scusa in anticipo qualora risultassi retorico, ma è difficile non intravedere un segno di speranza, di ripresa, in quello che sto per scrivere. Giovedì scorso al Benadir University Medical College di Mogadiscio, capitale della Somalia, si sono tenute le prime sedute di laurea in Medicina dal 1990 a questa parte. Sono 20 – 12 uomini e 8 donne – gli studenti che hanno celebrato la conclusione del loro percorso formativo.

Il fatto che non si sia laureato nessuno per 18 anni ha una spiegazione precisa: il 1990 è infatti l’ultimo anno in cui ha comandato il dittatore Siad Barre. Nel 1991 un golpe lo ha spodestato, facendo scivolare il Paese in una guerra civile distruttiva e senza fine. Immagino che anche nelle altre facoltà in questi anni i laureati siano stati pochi (ammesso che ce ne siano stati), ma il fatto che si tratti di medici dà alla notizia un valore aggiunto. Anche perché i 20 neodottori – secondo quanto riferisce l’agenzia Irin, che ha raccontato questa storia – si stanno già rendendo utili negli ospedali della Somalia.

“C’è un’acuta carenza di personale – ha confermato Mohamed Mahamud Bidey, preside della facoltà – e questa nuova infornata gioverà sicuramente al sistema sanitario”. Di fatto, nessun cittadino somalo ha iniziato la professione medica in patria dal 199o a oggi e molti medici somali in questi anni hanno invece lasciato il Paese, sono andati in pensione o sono morti. “Prima della guerra civile l’Università nazionale della Somalia aveva 50 laureati in medicina l’anno”, ha aggiunto Bidey, rivelando inoltre che per l’anno prossimo si prevedono 24 nuovi medici. L’ostacolo principale per il futuro, nel caos che tuttora governa il Paese, è di natura economica. Molti aspiranti medici non possono infatti permettersi la retta di ingresso, che è decisamente alta (1.500 $, una cifra che si può racimolare solo con le rimesse dei parenti all’estero) perché è una delle due fonti di sostentamento basilari per il Benadir University Medical College, insieme alle donazioni della diaspora e in particolare dei dottori somali che lavorano fuori. Alcuni accordi con università straniere consentono di avere a disposizione il materiale didattico. E una parte delle lezioni è coperta da personale estero volontario. Un aiuto logistico è arrivato anche dall’Organizazione mondiale della sanità.

I 20 nuovi dottori forse non aiuteranno la Somalia a uscire dall’incubo in cui è imprigionata da anni. Ma sono pur sempre una testimonianza di vitalità che lascia una scia, per quanto appena percettibile, di ottimismo.

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